La fotografia era una cosa seria.
Era così seria che scomodarono i marziani per vendere le pellicole. Così seria da diventare un’arte. I fotografi hanno raccontato, testimoniato la storia. Le loro botteghe “archivio di civiltà”.
Chi non ricorda le foto che ritraggono la quotidianità dei campi? Le feste per la mietitura?
Gli operai, le mondine.
La fotografia era così importante da essere un rito. Qualcosa di mistico: fermava un attimo e dovevamo aspettare per “riviverlo”.
Giuseppe Maiorana sa che la fotografia è una cosa seria.
Giuseppe è un “vecchio”, un nostalgico.
Pur essendo figlio di quest’epoca assapora la fotografia come facevano i nostri padri, i nostri nonni. Ha la pazienza e la passione di chi sceglie lo slow food. Di chi si ferma ad assaggiare tutto.
Giuseppe si ferma in riva al fiume e “ascolta”, “assaggia” i primi raggi del sole di primavera.
E’ un bambino dai grandi occhi curiosi, attento, irrequieto.
Giuseppe deve viaggiare e toccare ed prefazione ogni volta che parte per una nuova esplorazione ci porta con lui.
Da Bali alle terre dei Maasai. Lo fa grazie alla passione per la fotografia, quella con la “F” maiuscola. Quella delle attese, delle alchimie.
E’ un viaggiatore, un antropologo, un artista, ma soprattutto è un sognatore.
Quando ci troviamo di fronte alla sua fotografia non ci troviamo di fronte a qualcosa di estraneo; ci sentiamo parte dell’immagine.
Ci troviamo davanti ad un racconto che si svela immagine dopo immagine, fotogramma dopo fotogramma.
Come ad ogni buon reportagista a Giuseppe piace raccontare storie. Non riesce a star zitto. Ti riempie di parole, di racconti, di fotografia.
Quando mi sono trovato di fronte a questo racconto fotografico, diverso dal precedente su Bali, per coerenza, per volume, per il colore anziché il bianco e nero, mi sono trovato davanti un fotografo maturo che non rincorre più la fotografia in modo scoordinato ma ha la padronanza del “linguaggio”; sceglie, discerne.
Giuseppe sul suo lavoro fotografico non spende molte parole. Ci introduce la storia del popolo Maasai. Si “limita” a quello.
Lascia all’osservatore capire, “leggere” gli aneddoti, i colori, “sentire gli odori”, il mal d’Africa. Il compito di chi guarda questo libro è di provare a immaginare i suoni che hanno caratterizzato il viaggio. A prestare attenzione si sentono i canti, il lamento del vitello a cui tagliano la giugulare per berne il sangue. La voce dell’anziano del villaggio sembra di sentirla echeggiare nella pianura.
I bambini nella semplice aula, il crepitio del fuoco acceso nella buia e modesta capanna fatta di fango e sterco fanno da malinconica colonna sonora al viaggio fotografico di Giuseppe Maiorana.
L’autore non si è mai nascosto per fotografare, si è integrato. Ha cercato di essere Maasai.
Che non si tratta di un reportage fatto in occasione di una fugace vacanza esotica, ma frutto di ripetuti viaggi, di una costante frequentazione si comprende sin dall’inizio.
Giuseppe conosce i nomi dei luoghi, ha familiarità con le persone.
Un giorno qualcuno mi disse: “per fare un reportage non è necessario andar lontano, in luoghi esotici”. Giuseppe Maiorana nonostante sia andato lontano
sembra aver fatto suo il consiglio dato a me. E’ sceso sotto casa e si è guardato attentamente attorno. Non è andato alle falde del Kilimangiaro da europeo ma ha indossato collane,orecchini, ha acceso il fuoco con un bastoncino. Questo sembra aver fatto. Ha saputo rendere semplice ciò che semplice non è. Ha reso familiare ciò che familiare non è. Ha assorto l’arduo compito del narratore fotografico e cioè quello di stare dentro il racconto.
Essere il racconto.
Non ha mai usato ottiche lunghe nascondendosi per raccontare la quotidianità di un popolo, è presente eppure invisibile.
Giuseppe non ci ha “regalato” artifici in post-produzione, ne reso più fotogenico ciò che non lo era. Ci ha reso testimoni, compagni di viaggio.
Giacomo Saviozzi

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